All'Ombra nel Minivan
il caso Strega sulla nostra tolleranza al sessismo
Il recente dibattito che ha scosso il mondo culturale italiano – legato alle pesanti parole che lo scrittore Michele Mari avrebbe rivolto alla memoria di Michela Murgia durante un viaggio sul minivan del Premio Strega – solleva una questione psicologica cruciale. Di fronte alla denuncia di Teresa Ciabatti, la reazione difensiva più comune è stata un grande classico della rimozione: "Ma era una conversazione privata".
Dal punto di vista della psicologia del profondo e della psicologia sociale, questa alibi non regge. Al contrario, spalanca le porte a una riflessione necessaria su come il linguaggio definisca la nostra realtà che viviamo.
Il mito della "zona franca" e il concetto di Ombra Collettiva
Nessun luogo, per quanto intimo o informale, è una terra di nessuno in cui la violenza verbale perde il suo peso. Quando ci rifugiamo dietro lo schermo del "contesto privato", stiamo parlando di quella che Carl Gustav Jung definiva la Persona: la maschera sociale, l'abito formale dell'intellettuale colto e progressista che viene dismesso non appena si chiude la portiera di un veicolo.
Nel momento in cui la maschera cade e la guardia si abbassa, emerge il non-elaborato, ovvero l'Ombra Collettiva. Questa dinamica ci mostra che il sessismo interiorizzato non scompare grazie a una cattedra universitaria o a una candidatura letteraria; resta semplicemente latente, pronto a manifestarsi sotto forma di attacco personale. Colpire l'eredità intellettuale di una donna riducendo le sue battaglie a mera rabbia da "insoddisfatta che non piace" o "brutta" non è un semplice sfogo: è il tentativo psicologico di rimpicciolire l'altro per non doverne gestire la complessità.
Il Sessismo Ambivalente come collante sociale
Spesso tendiamo a identificare il maschilismo solo nelle sue manifestazioni più estreme e fisiche. La psicologia sociale (in particolare attraverso gli studi di Peter Glick e Susan Fiske) ci ricorda invece l'esistenza del Sessismo Ambivalente. Questa teoria evidenzia come l'asimmetria di potere di genere venga tenuta in piedi da un "collante quotidiano" apparentemente innocuo: battute, giudizi estetici sul corpo delle donne, paternalismo camuffato da ironia.
Quando un'intera comunità culturale si coalizza per difendere l'autore delle frasi, liquidando la denuncia come una "caccia alle streghe", si attiva un meccanismo psicologico di difesa sistemica. Si preferisce colpire chi solleva il velo (la delazione) piuttosto che elaborare il trauma di scoprire che la propria "élite culturale" condivide gli stessi identici schemi mentali del patriarcato più ordinario. Il paragone social emerso in questi giorni con Picasso ("era misogino ma ne celebriamo l'arte") mostra un chiaro cortocircuito: la cultura evolve per modelli normativi. Ciò che un secolo fa veniva tollerato come il "caratteraccio del genio", oggi è riconosciuto come la base psicologica della piramide della violenza di genere.
Uscire dalla stanza d'analisi
James Hillman sosteneva con forza che la psicologia non dovesse rimanere chiusa all'interno dello studio del terapeuta, perché la psiche non abita solo nei traumi infantili, ma si muove e pulsa nella società, nelle piazze e, inevitabilmente, anche sui pulmini dei premi letterari.
Da chi maneggia le parole per professione non si pretende l'infallibilità, ma la consapevolezza del loro peso specifico. Archiviare la violenza verbale come "questione privata" significa rifiutarsi di guardare in faccia la realtà. Se vogliamo che la cultura sia davvero uno strumento di emancipazione, dobbiamo accettare l'idea che la responsabilità psicologica di ciò che pensiamo e diciamo non ammette zone franche.