giovedì 29 ottobre 2026



Dietro la tragedia di Milano: la solitudine di chi cura e il fallimento di uno Stato assente





La notizia arrivata ieri da Milano "la figlia che per sfinimento e disperazione finisce per legare e soffocare il padre di 87 anni, malato di demenza e allettato, perché non sapeva più come gestirne le urla" fa orrore.
Ma fa ancora più paura se si ha il coraggio di guardare oltre il titolo di cronaca nera.


Subito partono i processi che ognuno di noi scrive dietro una tastiera all'interno della protezione delle mura di casa. È facilissimo giudicare, puntare il dito e fare la morale quando si guarda la realtà dal di fuori. È facile trovare soluzioni semplici a problemi complessi e mostruosi. La realtà spesso è profondamente diversa.


Una delle verità che non vengono prese in considerazione è che i caregiver, i familiari che assistono malati cronici, non autosufficienti o affetti da demenze gravi, sono completamente soli.


Gestire 24 ore su 24 una persona che ha perso la lucidità, che urla, che non riconosce più nessuno, significa entrare in un tunnel di esaurimento fisico e mentale totale (il cosiddetto burden). È un carico insostenibile, dove chi aiuta non stacca mai anche quando non è fisicamente presente poichè il pensiero rimane costante e la sua vita viene annullata: bisogna lavorare per sopravvivere, pagare le bollette e, nello stesso tempo, fare da infermieri, assistenti sociali e badanti senza avere le competenze, i soldi o un aiuto reale.


Lo Stato è quasi del tutto assente e continua a e tagliare i fondi alla sanità pubblica e all'assistenza domiciliare alla sanità pubblica privatizzando e finanziandole guerre.


Quando le istituzioni non sono presenti il messaggio le famiglie rimangono sole e cominciano a icombattere una guerra quotidiana contro la malattia, organizzando turni insieme a "badanti" senza tregua e senza un supporto psicologico o economico adeguato.


Poi c'è il pregiudizo culturale che incombe tra parenti, vicini: le RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali) chiamate ancora in alcune zone di Italia "le case per i poveri vecchi". Tutte quelle famiglie che decidono di proteggere il proprio caro, ridandogli dignità, un posto adeguato per le loro esigenze scatta il giudizio feroce di quella parte di società ignorante.


Emerge nel familiare o nei familiari caregiver il senso di colpa di averlo "abbandonando". Superato questo sentimento c'è la retta da pagare che possiamo senza giudizio chiamare proibitiva. Una struttura dignitosa è un lusso per pochi, mentre le liste d'attesa nel pubblico sono infinite.


Prima di condannare senza appello, Giovanna Jacob con l'accusa di omicidio aggravato per aver ucciso il padre Carlo dovremmo chiederci che tipo di società siamo diventati. Una società che spende miliardi in armi e lascia le famiglie sole davanti alla vecchiaia, alla malattia e alla morte, ha già fallito.


La tragedia di Milano non è solo il dramma di una persona, ma il sintomo di una malattia sociale e collettiva. Quando la cura diventa un peso insostenibile e invisibile, la linea sottile tra l'amore, la disperazione e il collasso mentale può spezzarsi da un momento all'altro. E fare finta di nulla e giudicare è la condanna più grande che possiamo infliggere a chi resta.

mercoledì 14 ottobre 2026







Oltre la leggenda: da Pacciugo e Paccìuga alla cultura del rispetto


Ci sono storie che attraversano i secoli per ricordarci chi siamo stati, ma soprattutto per chiederci chi vogliamo essere oggi. A Genova la leggenda di Pacciugo e Pacciuga risuona da generazioni, due personaggi della tradizione popolare, ma anche una storia antica di sospetto, sopraffazione e violenza.

Oggi non possiamo fare a meno di guardare a queste storie con una nuova consapevolezza, leggendovi nel racconto i segnali della violenza che portano al femminicidio. 
Ma la cultura non è immobile: il modo in cui scegliamo di ri-raccontare il folklore è il luogo in cui avviene il vero cambiamento.

Le leggende popolari sono lo specchio della società che le ha create. Per generazioni, la storia di Pacciugo ha raccontato la gelosia e il possesso. Oggi, però, non ascoltiamo più la leggenda per accettarla passivamente, ma per riflettere, smontarla e ribadire un principio fondamentale: la violenza non è mai amore, e la parità è l'unica vera armonia.

Proprio in questa ottica si inserisce l'evento firmato da Perfetto Chef – Il Gastronomo Emozionale, con la serata teatrale e gastronomica “PACCIUGO E PACCIUGA: Il pansoto tra terra e mare”.

Portare a tavola questa leggenda attraverso il linguaggio della cucina è un atto culturale coraggioso. Se il racconto tradizionale porta con sé l'ombra della disarmonia e del conflitto, la rilettura di Perfetto Chef risponde con la creazione, l'equilibrio e il rispetto.

Due pansoti, due colori, terra e mare: Lui, il marinaio legato al porto; lei, il velo bianco e i fiori colorati. Nel piatto, queste due persone non si sopraffanno, ma dialogano in una sintonia di gusto perfetta.

La gastronomia emozionale di Perfetto Chef si fa memoria e valore civile. Il cibo diventa metafora di una società in cui la diversità e l'identità di ciascuno si incontrano nel rispetto reciproco.

L'unione dei sapori di questo piatto insieme all'armonia dell'impiattamento raccontano un messaggio chiaro: l'uomo e la donna camminano fianco a fianco, valorizzandosi a vicenda senza che nessuno prevarichi sull'altro.

Perciò eventi come questo dimostrano che anche la cucina può farsi veicolo di messaggi sociali profondi. Riconoscere le ombre del passato per trasformarle in un presente che si basi sulla parità di genere, l'ascolto e il rispetto.

sabato 12 settembre 2026

Benvenuto Settembre con te porti la fatica del rientro sociale

Ogni settembre, la letteratura divulgativa sulla salute mentale si riempie di consigli per affrontare la cosiddetta "sindrome da rientro". 
Si parla di sonno disturbato, difficoltà di concentrazione e riadattamento ai ritmi lavorativi.
Tuttavia, esiste una dimensione del rientro nettamente più complessa e raramente indagata: la stanchezza causata dalla riattivazione della maschera sociale. 
È il momento in cui ci viene chiesto di indossare nuovamente l'armatura identitaria che avevamo alleggerito durante la pausa estiva.

Perché il rientro sfinisce?

Secondo Erving Goffmanil sociologo e psicologo canadese, la vita sociale si divide in due grandi ambiti:

  1. La Scena (Frontstage): Il luogo in cui gli individui recitano un ruolo socialmente definito, rispettando aspettative, codici di condotta e standard di prestazione.

  2. Il Retroscena (Backstage): Lo spazio protetto in cui l'individuo può abbandonare il personaggio, rilassare la postura psicologica e "de-performare".

Durante le vacanze o i periodi di stacco estivo, la maggior parte delle persone vive in una condizione di prolungato "retroscena". La struttura dei ruoli formali si allenta, il bisogno di approvazione sociale si riduce e la mente sperimenterà una maggiore autenticità espressiva.

Settembre rappresenta la brutale riapertura del sipario. Il senso di sfinitezza che molte persone provano nei primi giorni del mese non deriva dal lavoro in sé, ma dall'energia cognitiva ed emotiva necessaria per rimettere in scena la "Persona" (nel senso junghiano del termine).

Al rientro sul palcoscenico sociale si aggiunge una pressione specifica: la valutazione sociale del periodo di riposo appena trascorso.

Nelle prime settimane di settembre, la routine lavorativa e relazionale è scandita da un rituale sociale ben preciso: "Come sono andate le vacanze?". Sebbene appaia come una semplice cortesia, dal punto di vista psicologico questa domanda attiva un meccanismo di confronto con gli altri. 

Ogni settembre, la letteratura divulgativa sulla salute mentale si riempie di consigli per affrontare il cosiddetto post-vacation blues o la classica "sindrome da rientro". Si parla di sonno disturbato, difficoltà di concentrazione e riadattamento ai ritmi lavorativi.

Tuttavia, esiste una dimensione del rientro nettamente più complessa e raramente indagata: la stanchezza causata dalla riattivazione della maschera sociale.

Il ritorno alla routine di settembre non è soltanto una transizione logistica o lavorativa, ma un vero e proprio rientro sul palcoscenico sociale. È il momento in cui ci viene chiesto di indossare nuovamente l'armatura identitaria che avevamo alleggerito durante la pausa estiva.

Il modello drammaturgico del Sé: perché il rientro sfinisce

Per comprendere questo fenomeno, la psicologia sociale attinge spesso al modello drammaturgico di Erving Goffman. Secondo il sociologo e psicologo canadese, la vita sociale si divide in due grandi ambiti:

  1. La Scena (Frontstage): Il luogo in cui gli individui recitano un ruolo socialmente definito, rispettando aspettative, codici di condotta e standard di prestazione.

  2. Il Retroscena (Backstage): Lo spazio protetto in cui l'individuo può abbandonare il personaggio, rilassare la postura psicologica e "de-performare".

Durante le vacanze o i periodi di stacco estivo, la maggior parte delle persone vive in una condizione di prolungato "retroscena". La struttura dei ruoli formali si allenta, il bisogno di approvazione sociale si riduce e la mente sperimenterà una maggiore autenticità espressiva.

Settembre rappresenta la brutale riapertura del sipario. Il senso di sfinitezza che molte persone provano nei primi giorni del mese non deriva dal lavoro in sé, ma dall'energia cognitiva ed emotiva necessaria per rimettere in scena la "Persona" (nel senso junghiano del termine).

Il fenomeno del Social Masking e il bilancio delle aspettative

A questo rientro sul palcoscenico si aggiunge una pressione specifica: la valutazione sociale del periodo di riposo appena trascorso.

Nelle prime settimane di settembre, la routine lavorativa e relazionale è scandita da un rituale sociale ben preciso: "Come sono andate le vacanze?". Sebbene appaia come una semplice cortesia, dal punto di vista psicologico questa domanda attiva un meccanismo di confronto sociale.

Subentra così l'obbligo implicito di dimostrare di:

  • Essere riposati e "rigenerati".

  • Aver vissuto un'estate ricca di esperienze, viaggi o crescita personale.

  • Essere carichi di energia per il "nuovo anno".

Quando la realtà interna (fatta di stanchezza residua, dubbi sul proprio percorso o ansia per il futuro) non corrisponde a questo script sociale, scatta il Social Masking (il camuffamento sociale). Sforzarsi di apparire carichi e performanti mentre ci si sente smarriti genera un'elevata dissonanza emotiva, uno dei principali fattori di rischio per il burnout.

Le conseguenze cliniche: la sovrastima della performance altrui

L'impatto psicologico di questa dinamica si traduce spesso in un errore cognitivo noto come ignoranza pluralistica:

Crediamo che tutti gli altri attorno a noi siano davvero pronti, carichi, realizzati e felici di ricominciare, mentre noi siamo gli unici a recitare una parte e a sentirci inadeguati.

Questo cortocircuito percettivo alimenta:

  • Sindrome dell'impostore identitaria: La sensazione di non essere "abbastanza pronti" per sostenere il ruolo lavorativo o sociale che occupiamo.

  • Iper-vigilanza nelle relazioni: Paura che la propria stanchezza o vulnerabilità venga scambiata per incompetenza o disinteresse.

  • Isolamento difensivo: La tendenza a ritirarsi dai contatti sociali non obbligatori per non dover "recitare" anche nel tempo libero.

Ecco qui degli strumenti di tutela psicologica per affrontare settembre: il mese dei nuovi inizi.

1. Praticare la "Transizione a Bassa Intensità"

Non è necessario riattivare l'intera maschera sociale dal primo giorno. Imparare a dosare l'esposizione al frontstage, dicendo qualche "no" strategico nelle prime settimane di rientro, aiuta il sistema nervoso a riadattarsi senza sovraccarichi.

2. Normalizzare l'Ambivalenza Emotiva

È perfettamente sano e normale provare contemporaneamente il desiderio di riprendere i propri progetti e la nostalgia per la stasi estiva. Accettare che la mente possa essere stanca ma produttiva abbassa la dissonanza cognitiva.

3. Svelare il "Retroscena" in Modo Selettivo

Abbattere la pressione del social masking richiede piccoli atti di autenticità. Rispondere a una domanda di rito con un sincero "Il rientro è un po' faticoso, ci sto mettendo qualche giorno a ingranare" rompe l'illusione della perfezione e crea uno spazio di reale connessione empatica anche con colleghi e conoscenti.

Conclusione

Settembre non deve trasformarsi in una gara a chi mostra la versione più riposata di se stesso. La vera maturità emotiva consiste nel concedersi il diritto di rientrare a piccoli passi. 

venerdì 28 agosto 2026

Mi ci vorrebbe una vacanza dalla vacanza.
Perché continuiamo a fare il solito errore?





Settembre si avvicina e puntualmente  scatta la solita domanda dei colleghi o degli amici: «Allora, che hai fatto di bello? Sei stato in quel posto nuovo? Hai fatto quell'escursione incredibile?».

E tu, magari, ti ritrovi a rispondere con un po' di timidezza: «No, sono tornato nel solito posto di sempre. Mare, lettino, soliti ritmi, nessuna avventure».

C’è un'idea molto diffusa secondo cui la "vera" vacanza debba essere per forza un’esperienza straordinaria: viaggi itineranti, 20.000 passi al giorno, monumenti da spuntare su una lista, fusi orari da superare. Ma la realtà è che moltissime persone tornano da questo tipo di ferie più stanche di quando sono partite, pronunciando la classica frase: «Ora mi ci vorrebbe una vacanza dalla vacanza!».

Se quest'anno hai scelto "stare", hai scelto la routine e la familiarità del "solito posto", non ti stai privando di qualcosa: stai facendo un atto di auto-cura psicologica straordinariamente intelligente.

Ecco cosa accade nella nostra mente quando scegliamo una vacanza rassicurante e in un posto già conosciuto.

1. Si abbassa il "carico cognitivo"

Ogni volta che ti trovi in un posto nuovo, il tuo cervello deve lavorare a pieno regime per elaborare gli stimoli: dove mangiare, come orientarti, capire una lingua o una cultura diversa, gestire gli imprevisti. Questo processo richiede un enorme dispendio di energia mentale.

Tornare nel solito posto significa muoversi in un ambiente che il cervello conosce già come sicuro e prevedibile. Il carico cognitivo è minimo. Non devi prendere decisioni: sai già qual è il bar migliore per il caffè, dove si trova la spiaggia più tranquilla e a che ora c'è ombra. Questo si chiama spazio di decompressione.

2. Il bisogno neurologico di "Familiarità"

La novità è stimolante, ma la familiarità è rigenerante. In psicologia, la prevedibilità di un ambiente permette al nostro sistema nervoso simpatico (quello che attiva la risposta di "attacco o fuga" e la vigilanza da stress) di disattivarsi completamente, lasciando spazio al sistema parasimpatico. È solo in questo stato che il corpo e la mente recuperano davvero a livello fisiologico: il sonno migliora, la pressione sanguigna si regola e la tensioni muscolari si sciolgono.

3. Il mito della "Performance" da vacanza

Viviamo in una società che ci chiede di essere produttivi 11 mesi all'anno. Il rischio è applicare la stessa mentalità prestazionale anche alle vacanze: dobbiamo fare, vedere, fotografare, sfruttare ogni secondo.

Scegliere di non fare nulla — o di fare solo cose estremamente riposanti — è una forma di resistenza al mito dell'efficienza a tutti i costi. Reimparare il valore dell'ozio molto conosciuto e apprezzato dai latini. 
L'ozio non è pigrizia, è la base per la salute mentale.

4. Spazio per il "Default Mode Network"

Quando siamo costantemente impegnati ad assorbire nuove informazioni o a gestire itinerari di viaggio, il nostro cervello lavora sulla concentrazione esterna. Quando invece ci rilassiamo in un contesto familiare e facciamo attività ripetitive o riposanti (guardare il mare, passeggiare lungo lo stesso sentiero, leggere sotto l'ombrellone), si attiva il Default Mode Network (DMN).

Questa rete cerebrale si accende quando la mente è a riposo ed è fondamentale per l'introspezione, l'elaborazione delle emozioni, la memoria a lungo termine e la creatività! Non è un caso se le idee migliori arrivano spesso proprio quando "non stiamo facendo niente".

In conclusione

Se al rientro dalle vacanze ti senti riposato,  allora hai fatto la vacanza perfetta, a prescindere da quanti chilometri hai percorso o da quante novità hai visto.

La prossima volta che qualcuno ti farà sentire "poco avventuroso" per aver scelto il solito posto, sorridi e ricorda a te stesso che la vera avventura, a volte, è semplicemente riuscire a  riposare.



giovedì 6 agosto 2026


Quando il mondo va in vacanza: la solitudine invisibile dei caregiver ad agosto


Agosto, le città si svuotano, i ritmi rallentano e i social media si riempiono di immagini di mare, relax e divertimento. Ma per milioni di caregiver familiari il mese di agosto è il mese più difficile. 

Infatti per chi si prende cura di un familiare anziano, malato o con disabilità, l'estate non corrisponde a una pausa, ma ad un carico emotivo e fisico maggiore. 

In ambito psicologico, sappiamo bene quanto il contrasto sociale possa amplificare la percezione del proprio disagio. Vedere il mondo intorno a sé "staccare la spina" mentre la propria routine d'accudimento rimane immutata e spesso più gravosa rischia di generare un profondo senso di isolamento e smarrimento.



L'estate può diventare il periodo più critico dell'anno per chi assiste un caro, in agosto molti servizi territoriali, centri diurni e attività associative riducono l'operatività o chiudono. Anche la rete informale (vicini di casa, amici, altri parenti) spesso si allontana, lasciando il caregiver unico punto di riferimento senza paracadute.

Inoltre il caregiver vive la sindrome del "fuori dal tempo": una frattura profonda tra il tempo sociale (fatto di ferie, leggerezza e riposo) e il suo tempo fatto da  ipervigilanza e accudimento. Questa discrepanza accresce il senso di alienazione e molta rabbia.

La rabbia e il risentimento possono essere rivolte sia verso gli altri che vanno in vacanza sia verso al persona da accudire ma subito fanno scattare  il senso di colpa. Quel sentimento che accompagna costantemente queste persone.

In psicologia e in ambito sociosanitario, per descrivere la complessità di questa condizione psicologica si utilizza un termine specifico: il Caregiver Burden (letteralmente "il peso o carico del caregiver").

A differenza del generico burnout, il Burden analizza come l'atto di curare impatti su ogni sfera di vita della persona. Gli studi psicologici distinguono due dimensioni chiave:

1. Burden Oggettivo: riguarda il peso concreto delle mansioni, le ore dedicate all'assistenza, le rinunce lavorative e la riorganizzazione pratica della quotidianità. Ad agosto questo peso aumenta, poiché mancano i sostegni esterni.

2. Burden Soggettivo: è la percezione emotiva di questo peso. È il vissuto di ansia, la sensazione di intrappolamento, la solitudine e il doloroso senso di inadeguatezza. È proprio il Burden soggettivo che ad agosto rischia di raggiungere picchi elevati a causa dell'isolamento sociale.

Riconoscere il proprio Burden non significa arrendersi o amare meno il proprio familiare, ma prendere atto che le risorse umane e psicologiche non sono infinite.

Se ti trovi a vivere questo mese con il peso dell'assistenza sulle spalle, può essere utile applicare alcune strategie di tutela psicologica:

1. Validare le proprie emozioni: Sentirsi stanchi, frustrati o soli non fa di te un cattivo caregiver. È la reazione umana a un carico sproporzionato. Concediti il permesso di provare ciò che provi, senza giudicarti.

2. Ridefinire il concetto di riposo: Se una vacanza non è accessibile, diventa fondamentale individuare micro-pause quotidiane. Quindici minuti di solitudine protetta, una passeggiata al mattino presto, la lettura di un capitolo di un libro o semplicemente un momento di respirazione consapevole sono spazi di decompressione necessari, non lussi.

3. Porsi limiti realistici: Agosto non è il mese per fare "di più". Riduci tutto e concentrati sull'essenziale. Preservare le tue energie è la priorità.

4. Cercare connessioni trasversali: Anche se i servizi ordinari sono ridotti, molte linee d'ascolto psicologico, forum dedicati e gruppi di supporto online rimangono attivi. Condividere il proprio vissuto con chi sta affrontando la stessa condizione riduce l'impatto dell'isolamento.


IMPORTANTE
A chi in questo agosto continua ad accudire in silenzio: la tua fatica merita di essere vista, riconosciuta e rispettata. Aver cura di sé non significa abbandonare l'altro, ma creare le condizioni per poter continuare ad esserci, senza annullarsi.

giovedì 9 luglio 2026



Il segreto giapponese contro l’ansia notturna
(che le nostre nonne conoscevano già)


Il teru teru bōzu non è solo una superstizione per il tempo. È anche, e forse soprattutto, una pratica antichissima per gestire l’ansia.


Pensaci.


Una madre giapponese, la sera prima di un picnic con la figlia che aspetta da settimane, si siede al tavolo della cucina. Prende un fazzoletto, lo riempie di cotone, lo lega. Disegna gli occhi e lo appende fuori dalla finestra. Poi si alza e va a dormire.

In quei dieci minuti, nella sua testa è successa una cosa precisa.

Ha preso una preoccupazione astratta, fluttuante e indefinita (“Spero che domani non piova”) e l’ha trasformata in un gesto fisico, concreto, ben definito. Ha detto al suo cervello, in un modo antico ma straordinariamente efficace: “Ho fatto qualcosa per questa cosa. Adesso possiamo lasciar andare”. E va a dormire più tranquilla.

Questo non è solo folklore. È, alla lettera, una delle tecniche più documentate dalla psicologia cognitivo-comportamentale moderna per gestire l’ansia anticipatoria. Si chiama esternalizzazione.

Quando trasformi una preoccupazione interna in un oggetto esterno, in un gesto o in un rituale concreto, il tuo cervello smette di girarci attorno. La cosa è uscita da te, e adesso può vivere fuori, dentro a un fazzoletto bianco appeso alla finestra.

Studi pubblicati nelle ultime decadi sulla scrittura espressiva e sui gesti simbolici dimostrano tutti la stessa cosa: trasformare un pensiero interno in un atto fisico riduce, in modo misurabile, lo stress. Non risolve il problema alla radice, ma ti permette di non esserne sequestrata per ore.

I giapponesi, attraverso questo piccolo fantasma di stoffa, ci ricordano una verità che in Occidente abbiamo dimenticato: l’ansia per il futuro si gestisce con i piedi per terra e i piccoli rituali fisici. Non con la testa. Non con la ragione, e meno che mai con il classico (e inutile) “smetti di pensarci”.


Fermati un secondo e rispondi onestamente: quante notti, negli ultimi mesi, hai dormito male perché l’indomani ti aspettava qualcosa di importante?

Una riunione difficile, un colloquio, una visita medica, un viaggio o una conversazione che rimandavi da tempo. Quante volte hai passato l’ora prima di dormire a girarti nel letto, a controllare il telefono, a ripassare mentalmente le cose da dire, sentendo la pancia stringersi?

Spesso. Forse troppo spesso.

Le nostre nonne, in fondo, lo sapevano. Avevano i loro piccoli rituali. La sera prima di una giornata cruciale accendevano una candela davanti a un’immagine sacra, mettevano un piccolo oggetto benaugurale sotto al cuscino, recitavano una preghiera veloce. Avevano gesti fisici, codificati, che dicevano al cervello: “Ho fatto la mia parte, adesso lascio andare”.

Quei rituali si sono persi nel giro di due generazioni. Senza essere sostituiti da nient'altro.

Oggi, davanti all’ansia anticipatoria, abbiamo spesso solo due strumenti:

1. Il telefono: scrollare per ore per anestetizzare la mente, svegliandoci il giorno dopo più stanchi di prima.

2. L’ansiolitico (o il bicchiere di vino): funzionano, ma hanno un prezzo.

I giapponesi hanno conservato una terza via. Più antica. Più gentile. Più efficace di quanto sembri.


Un esercizio pratico per stasera

Stasera, o la sera prima della tua prossima giornata difficile, fai un tentativo. Non devi credere a niente, non devi diventare superstiziosa. Fai solo un atto pratico:

Prendi un foglio di carta, un fazzoletto o un pezzo di stoffa.

Mettici dentro qualcosa: un sasso piccolo, una moneta, un batuffolo di cotone.

Lega tutto con uno spago o un elastico.

Se vuoi, disegna due occhi e una bocca, altrimenti lascialo bianco.

Prima di spegnere la luce, tieni questo piccolo fagotto in mano. Pensa, per dieci secondi, a quello che ti preoccupa del giorno dopo. Poi di' a voce alta (o nella tua testa): “Tu prendi questa cosa al posto mio. Stasera, dormo io.”

Appendilo alla maniglia della porta, a una sedia, o appoggialo sul comodino. E vai a dormire.

Le prime volte ti sembrerà una sciocchezza. Ma le sciocchezze antiche, ripetute da milioni di persone per secoli, nascondono sempre una profonda verità psicologica. I tuoi nervi, alle tre di notte quando il sonno non arriva, accetteranno volentieri anche una "sciocchezza" pur di potersi finalmente riposare.


L’ansia non si combatte con la testa. Si trasferisce fuori da sé. E quando un oggetto la tiene per te, tu, finalmente, puoi dormire.