giovedì 19 febbraio 2026


Dalla Mitologia Condivisa all’Arcipelago Narrativo: La Sfida del Simbolismo in Terapia


Un tempo, la terapia poteva poggiare su una geografia simbolica condivisa. Se il terapeuta citava il complesso di Edipo, o parlava della "scelta di Matrix", o faceva riferimento alla resilienza di un personaggio letterario canonico, il paziente non riceveva solo un’informazione, ma un’immagine carica di senso. Questo risparmio cognitivo ed emotivo permetteva di arrivare subito ad un terreno narrativo comune.


Oggi, questo simbolismo non esiste quasi più, la cultura non è più un continente, ma un arcipelago di nicchie. I ragazzi abitano spazi narrativi determinati dagli algoritmi dei social media e delle piattaforme streaming.

Infatti, hanno accesso a tutto, ma non condividono quasi nulla di "universale" con le generazioni precedenti. perciò il terapeuta non può più dare per scontato che il paziente conosca la stessa "fiaba", lo stesso "film", lo stesso "libro". Ogni seduta richiede una fase preliminare di "alfabetizzazione" reciproca.

Se prima il terapeuta era la guida che interpretava simboli noti, oggi deve trasformarsi in un etnografo della cultura digitale. Deve chiedere: "Cosa rappresenta per te quel creator?" o "Spiegami la logica di quel trend". Lo sforzo del professionista non è solo restare aggiornati, ma accettare di non essere più i "detentori del sapere culturale". Deve lasciarsi guidare dal paziente nel suo mondo simbolico, spesso fatto di meme, estetiche (come le core) e narrazioni frammentate.

Questa distanza, però, offre un’opportunità clinica nuova. Quando chiediamo a un ragazzo o a una ragazza di spiegarci il suo mondo, stiamo praticando una curiosità radicale.

Non interpretiamo più per "sentito dire" o per schemi predefiniti; siamo costretti a guardare il simbolo attraverso i suoi occhi. La narrazione non è più "quella che conosciamo tutti", ma diventa un ponte unico, costruito momento dopo momento tra due persone che appartengono a mondi diversi ma cercano un linguaggio comune.

Mentre un tempo il terapeuta si sentiva come un saggio che attingeva a una biblioteca universale, oggi può sentirsi un forestiero che cerca di interpretare una narrazione che cambia ogni settimana.




Per il terapeuta, l'uso di un aneddoto o di un mito non era solo un trucco retorico; era una funzione di rispecchiamento che creava un'alleanza terapeutica silenziosa, un senso di appartenenza all'umano che accorciava le distanze.

Oggi, quando un riferimento culturale cade nel vuoto (il classico "sguardo perso" del giovane paziente), il terapeuta avverte una duplice solitudine:

1. Solitudine generazionale: La percezione della propria età e di un tempo che scorre veloce.

2. Solitudine tecnica: La sensazione che gli strumenti classici (la metafora pronta, l'archetipo universale) siano diventati arrugginiti o inutilizzabili.

Perciò il professionista difronte a questa nuovo linguaggio deve uscire dal ruolo di osservatore per diventare uno studente e comprendere il mondo di chi si sta raccontando.

Questo richiede uno sforzo cognitivo enorme:

• rinunciare alla nostra "zona di comfort" narrativa.

• accettare l'asimmetria inversa: il paziente è l'esperto del mondo, noi siamo gli analfabeti.




Dalla "Mente che Sa" alla "Mente che Chiede"


Questa solitudine può essere però trasformata in uno strumento di cura. Quando noi psicologi ammettiamo di non conoscere il mondo simbolico dei ragazzi, stiamo facendo al nostro paziente un regalo immenso: lo stiamo riconoscendo come individuo unico e non come "caso clinico" incasellabile in una categoria pre-esistente.



Il paradosso del terapeuta moderno:

Ci sentiamo soli perché non abbiamo più un linguaggio comune, ma è proprio in quella solitudine che nasce lo spazio per ascoltare davvero l'altro, senza il filtro di ciò che "già sapevamo".




Piccola guida per orientarsi nel nuovo mare simbolico, trasformando l'ignoranza del terapeuta in una risorsa per l'alleanza.

1. Abbandonare il "Supposto Sapere". Accettare di non essere l'esperto della cultura del paziente. Dichiarare la propria ignoranza con curiosità ("Non conosco questo gioco, mi spieghi che ruolo hai lì dentro?") mette il giovane in una posizione di competenza e riduce le difese.

2. Usare il Paziente come Guida.  Chiedere al paziente di farti da "navigator" nel suo mondo digitale. Questo processo di spiegazione lo costringe a verbalizzare e razionalizzare simboli che spesso vive in modo solo emotivo o impulsivo.

3. Cercare la "Funzione" dietro il Simbolo. Non fermarsi all'estetica (es. un particolare genere musicale o un trend). Chiedere: "Cosa provi quando guardi questo contenuto?". Il contenuto cambia, ma il bisogno emotivo (appartenenza, rabbia, fuga) resta un terreno l'universale.

4. Valutare l'Investimento Emotivo: Invece di analizzare il contenuto di un video che non si comprende va analizzata l'intensità del legame. Perché quel creator è così importante per lui? Spesso il creator diventa un "oggetto transizionale" o una figura di attaccamento simbolica.

5. Non Fingere Confidenza ma restare sull'autenticità Mantere l'identità altrimenti non si crea l'alleanza terapeutica.

6. Usare il Meme come Proiettivo: Se il paziente non trova le parole, si deve chiedere: "Quale meme o immagine descriverebbe come ti senti oggi?". È il nuovo materiale grezzo su cui lavorare insieme.

7. Esplorare il "Corpo Virtuale": Nei videogiochi o nei social, i ragazzi costruiscono avatar. Chiedere perché hanno scelto certe caratteristiche ci racconta molto poichè l'avatar è il luogo dove depositano la parte di sé che non riescono a portare nel mondo fisico.

8. Legittimare la Solitudine della Nicchia. Riconoscere che abitare un mondo che l'adulto non capisce può farli sentire speciali, ma anche profondamente soli. Validare questa distanza accorcia la distanza stessa.

9. Creare un "Glossario". Costruire col paziente un vocabolario unico della terapia, che mescoli  strumenti psicologici e i riferimenti culturali. Diventerà il  nuovo "terreno comune".

10. Ricordare che l'Archetipo è Immortale: Anche se i nomi cambiano, le strutture sono le stesse. Un eroe di un anime giapponese sta ancora affrontando il "Viaggio dell'Eroe". Sotto la superficie digitale, batte sempre un cuore analogico.





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