giovedì 9 luglio 2026



Il segreto giapponese contro l’ansia notturna
(che le nostre nonne conoscevano già)


Il teru teru bōzu non è solo una superstizione per il tempo. È anche, e forse soprattutto, una pratica antichissima per gestire l’ansia.


Pensaci.


Una madre giapponese, la sera prima di un picnic con la figlia che aspetta da settimane, si siede al tavolo della cucina. Prende un fazzoletto, lo riempie di cotone, lo lega. Disegna gli occhi e lo appende fuori dalla finestra. Poi si alza e va a dormire.

In quei dieci minuti, nella sua testa è successa una cosa precisa.

Ha preso una preoccupazione astratta, fluttuante e indefinita (“Spero che domani non piova”) e l’ha trasformata in un gesto fisico, concreto, ben definito. Ha detto al suo cervello, in un modo antico ma straordinariamente efficace: “Ho fatto qualcosa per questa cosa. Adesso possiamo lasciar andare”. E va a dormire più tranquilla.

Questo non è solo folklore. È, alla lettera, una delle tecniche più documentate dalla psicologia cognitivo-comportamentale moderna per gestire l’ansia anticipatoria. Si chiama esternalizzazione.

Quando trasformi una preoccupazione interna in un oggetto esterno, in un gesto o in un rituale concreto, il tuo cervello smette di girarci attorno. La cosa è uscita da te, e adesso può vivere fuori, dentro a un fazzoletto bianco appeso alla finestra.

Studi pubblicati nelle ultime decadi sulla scrittura espressiva e sui gesti simbolici dimostrano tutti la stessa cosa: trasformare un pensiero interno in un atto fisico riduce, in modo misurabile, lo stress. Non risolve il problema alla radice, ma ti permette di non esserne sequestrata per ore.

I giapponesi, attraverso questo piccolo fantasma di stoffa, ci ricordano una verità che in Occidente abbiamo dimenticato: l’ansia per il futuro si gestisce con i piedi per terra e i piccoli rituali fisici. Non con la testa. Non con la ragione, e meno che mai con il classico (e inutile) “smetti di pensarci”.


Fermati un secondo e rispondi onestamente: quante notti, negli ultimi mesi, hai dormito male perché l’indomani ti aspettava qualcosa di importante?

Una riunione difficile, un colloquio, una visita medica, un viaggio o una conversazione che rimandavi da tempo. Quante volte hai passato l’ora prima di dormire a girarti nel letto, a controllare il telefono, a ripassare mentalmente le cose da dire, sentendo la pancia stringersi?

Spesso. Forse troppo spesso.

Le nostre nonne, in fondo, lo sapevano. Avevano i loro piccoli rituali. La sera prima di una giornata cruciale accendevano una candela davanti a un’immagine sacra, mettevano un piccolo oggetto benaugurale sotto al cuscino, recitavano una preghiera veloce. Avevano gesti fisici, codificati, che dicevano al cervello: “Ho fatto la mia parte, adesso lascio andare”.

Quei rituali si sono persi nel giro di due generazioni. Senza essere sostituiti da nient'altro.

Oggi, davanti all’ansia anticipatoria, abbiamo spesso solo due strumenti:

1. Il telefono: scrollare per ore per anestetizzare la mente, svegliandoci il giorno dopo più stanchi di prima.

2. L’ansiolitico (o il bicchiere di vino): funzionano, ma hanno un prezzo.

I giapponesi hanno conservato una terza via. Più antica. Più gentile. Più efficace di quanto sembri.


Un esercizio pratico per stasera

Stasera, o la sera prima della tua prossima giornata difficile, fai un tentativo. Non devi credere a niente, non devi diventare superstiziosa. Fai solo un atto pratico:

Prendi un foglio di carta, un fazzoletto o un pezzo di stoffa.

Mettici dentro qualcosa: un sasso piccolo, una moneta, un batuffolo di cotone.

Lega tutto con uno spago o un elastico.

Se vuoi, disegna due occhi e una bocca, altrimenti lascialo bianco.

Prima di spegnere la luce, tieni questo piccolo fagotto in mano. Pensa, per dieci secondi, a quello che ti preoccupa del giorno dopo. Poi di' a voce alta (o nella tua testa): “Tu prendi questa cosa al posto mio. Stasera, dormo io.”

Appendilo alla maniglia della porta, a una sedia, o appoggialo sul comodino. E vai a dormire.

Le prime volte ti sembrerà una sciocchezza. Ma le sciocchezze antiche, ripetute da milioni di persone per secoli, nascondono sempre una profonda verità psicologica. I tuoi nervi, alle tre di notte quando il sonno non arriva, accetteranno volentieri anche una "sciocchezza" pur di potersi finalmente riposare.


L’ansia non si combatte con la testa. Si trasferisce fuori da sé. E quando un oggetto la tiene per te, tu, finalmente, puoi dormire.

venerdì 3 luglio 2026


All'Ombra nel Minivan
il caso Strega sulla nostra tolleranza al sessismo




Il recente dibattito che ha scosso il mondo culturale italiano – legato alle pesanti parole che lo scrittore Michele Mari avrebbe rivolto alla memoria di Michela Murgia durante un viaggio sul minivan del Premio Strega – solleva una questione psicologica cruciale. Di fronte alla denuncia di Teresa Ciabatti, la reazione difensiva più comune è stata un grande classico della rimozione: "Ma era una conversazione privata".

Dal punto di vista della psicologia del profondo e della psicologia sociale, questa alibi non regge. Al contrario, spalanca le porte a una riflessione necessaria su come il linguaggio definisca la nostra realtà che viviamo.

Il mito della "zona franca" e il concetto di Ombra Collettiva

Nessun luogo, per quanto intimo o informale, è una terra di nessuno in cui la violenza verbale perde il suo peso. Quando ci rifugiamo dietro lo schermo del "contesto privato", stiamo parlando di quella che Carl Gustav Jung definiva la Persona: la maschera sociale, l'abito formale dell'intellettuale colto e progressista che viene dismesso non appena si chiude la portiera di un veicolo.

Nel momento in cui la maschera cade e la guardia si abbassa, emerge il non-elaborato, ovvero l'Ombra Collettiva. Questa dinamica ci mostra che il sessismo interiorizzato non scompare grazie a una cattedra universitaria o a una candidatura letteraria; resta semplicemente latente, pronto a manifestarsi sotto forma di attacco personale. Colpire l'eredità intellettuale di una donna riducendo le sue battaglie a mera rabbia da "insoddisfatta che non piace" o "brutta" non è un semplice sfogo: è il tentativo psicologico di rimpicciolire l'altro per non doverne gestire la complessità.

Il Sessismo Ambivalente come collante sociale

Spesso tendiamo a identificare il maschilismo solo nelle sue manifestazioni più estreme e fisiche. La psicologia sociale (in particolare attraverso gli studi di Peter Glick e Susan Fiske) ci ricorda invece l'esistenza del Sessismo Ambivalente. Questa teoria evidenzia come l'asimmetria di potere di genere venga tenuta in piedi da un "collante quotidiano" apparentemente innocuo: battute, giudizi estetici sul corpo delle donne, paternalismo camuffato da ironia.

Quando un'intera comunità culturale si coalizza per difendere l'autore delle frasi, liquidando la denuncia come una "caccia alle streghe", si attiva un meccanismo psicologico di difesa sistemica. Si preferisce colpire chi solleva il velo (la delazione) piuttosto che elaborare il trauma di scoprire che la propria "élite culturale" condivide gli stessi identici schemi mentali del patriarcato più ordinario. Il paragone social emerso in questi giorni con Picasso ("era misogino ma ne celebriamo l'arte") mostra un chiaro cortocircuito: la cultura evolve per modelli normativi. Ciò che un secolo fa veniva tollerato come il "caratteraccio del genio", oggi è riconosciuto come la base psicologica della piramide della violenza di genere.

Uscire dalla stanza d'analisi

James Hillman sosteneva con forza che la psicologia non dovesse rimanere chiusa all'interno dello studio del terapeuta, perché la psiche non abita solo nei traumi infantili, ma si muove e pulsa nella società, nelle piazze e, inevitabilmente, anche sui pulmini dei premi letterari.

Da chi maneggia le parole per professione non si pretende l'infallibilità, ma la consapevolezza del loro peso specifico. Archiviare la violenza verbale come "questione privata" significa rifiutarsi di guardare in faccia la realtà. Se vogliamo che la cultura sia davvero uno strumento di emancipazione, dobbiamo accettare l'idea che la responsabilità psicologica di ciò che pensiamo e diciamo non ammette zone franche.